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Bhagavad Gita (canto I, verso 1)

Canto I, verso 1

Il re cieco Dhritarashtra (la mente cieca) disse o chiese a Sanjaya (l’introspezione imparziale)

  1. “ che cosa fecero i miei figli, le cattive, seducenti, tendenze mentali e dei sensi, opposti alle pure tendenze mentali discriminative, radunatisi sulla sacra pianura del campo di battaglia della Vita (dharmakshetra) desiderosi di darsi battaglia psicologica e morale?”

Questo primo verso della Bhagavad Gita, non solo fornisce un ambientazione a ciò che sta per essere narrato, dando una connotazione storica agli avvenimenti, ma fornisce soprattutto un significato allegorico di grande valore, presentando i principi fondamentali della scienza dello yoga, parlando di una vera battaglia interiore, quella vissuta inizialmente da ogni sincero yogi che intraprende quel “viaggio” che lo condurrà, presto o tardi, alla liberazione, il Kaivalya, quell’Unione con Dio, fine ultimo dello Yoga.

Cosa è accaduto sulla sacra pianura di Kurukshetra: chiese il re cieco Dhritarashtra, ossia la mente cieca, all’onesto Sanjaya, l’introspezione imparziale. Chiese cosa accadde ai suoi figli, i Kuru, ossia le tendenza malvagie ed impulsive, relative alla mente ed ai sensi, e ai figli di suo virtuoso fratello Pandu, ossia le tendenze del discernimento, quando si radunarono sulla sacra pianura per darsi battaglia, per prevalere sugli altri, cosa accadde? Quale fu l’esito dello scontro.

Sanjaya è colui che è completamente vittorioso, che ha conquistato se stesso, che ha sublimato l’egocentrismo, sviluppando una visione chiara ed imparziale: chi meglio di lui può fornire queste informazioni alla mente cieca, il re che si chiede l’esito dello scontro. Sanjaya è anche l’intuizione divina, e per lo yogi è la facoltà dell’introspezione dotata di discernimento, che gli permette di riconoscere in sé proprio le tendenze opposte rappresentate dai gruppi di fratelli che si danno battaglia. È dunque la capacità di osservare se stessi, di essere testimoni di se stessi, senza pregiudizi, con oggettività. L’introspezione così permette alla coscienza di osservare i propri pensieri, servendosi del sentimento limpido e calmo frutto dell’intuizione.

L’autore, il rishi Vyasa, conferisce a Sanjaya la capacità di vedere a distanza tutto ciò che accade sul campo di battaglia e riferirlo al re cieco Dhritarashtra. Vyasa, parlando della battaglia di Kurukshetra, cita un’avvenimento storico realmente accaduto, conferendogli un significato di grande importanza, ossia quella battaglia universale che ogni giorno infuria in ogni essere umano, tra le tendenze “malvagie”, materiali, connessi a mente e sensi, che mantengono il focus sulla materia, e quelle tendenze elevanti, che portano il focus invece sulla realtà dello Spirito.

La domanda posta dal re cieco non è altro che la domanda che ogni yogi si pone quotidianamente, quando riesamina gli eventi della battaglia interiore vissuta quel giorno, per ottenere la vittoria della realizzazione del Sè. Grazie all’onesta introspezione, analizza le proprie azioni, valuta le tendenze opposte presenti in sé e come si sono manifestate, osservando il modo in cui si oppongono le une alle altre. Da un lato discernimento, dall’altro inclinazione verso i sensi. Da un lato l’autocontrollo, dall’altro la propensione verso il piacere. Da un lato il desiderio di meditare, dall’altro l’irrequietezza. Da un lato la verità dell’anima, dall’altro l’ignoranza e l’identificazione con l’ego e la forma materiale.

L’introspezione fornisce una guida preziosa, ma può essere comunque ostacolata dalla mente cieca, che insinua continuamente dubbi ed incertezze. Occorre così riconoscere altri segnali che ci confermano la veridicità dell’autoanalisi eseguita dall’introspezione. Essa ci dona felicità e libertà interiore, accompagnati da calma profonda, aggiunge espansione di coscienza, sviluppando potere personale e conoscenza, crescere in compassione per gli altri, senza alcuna aspettative, donando una profonda calma, vera e libera da ogni distacco o indifferenza.

L’introspezione ci dirà cosa è giusto o sbagliato. E ciò che è giusto conduce sempre e necessariamente all’armonia, all’equilibrio, al benessere, all’energia elevata e sempre a disposizione, portandoci più vicini al prossimo passaggio evolutivo, a superare le sfide elevanti, a creare i presupposti per migliorarsi, ad espandersi in coscienza, a sentirsi più affini e vicini al prossimo.

Da: “Lo yoga della Bhagavad Gita di Paramahansa Yogananda

“L’essenza della Bhagavad Gita” di Swami Kriyananda

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