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Rinuncia come crescita e non come perdita

Dagli insegnamenti del Buddha:

Meglio del possesso del mondo intero, meglio del paradiso, meglio del dominio su tutti i mondi… è compiere il primo passo sulla via del risveglio.

Da “la nobile via della rinuncia” di M. Falcioni

..È necessario comprendere profondamente il senso che racchiude il termine rinunciare: etimologicamente significa respingere, rifiutare…

..La rinuncia non è passiva, in essa è incluso un movimento creativo verso qualcosa che si intuisce essere il nucleo della ricerca…

…Possiamo rinunciare inizialmente a piccole cose: siamo così immersi nel fare che tutto sembra essere un’alternativa all’ascolto vero e proprio. Impariamo l’arte della rinuncia scoprendo che, sostanzialmente, la maggior parte delle cose alle quali potremmo rinunciare sono di per sé nocive alla salute e alla nostra crescita spirituale…

Da Wikipedia:

Una Ashrama (āśrama), nell’induismo, è una delle quattro fasi della vita, in base all’età, discussa nei testi antichi e medievali indiani. Le quattro ashrama sono: Brahmācarya (studente), Grihastha (padre di famiglia), Vanaprastha (ritirato) e Saṃnyāsa (rinuncia)…

Samnyasa:

La fase è caratterizzata dalla rinuncia ai desideri e ai pregiudizi materiali, rappresentata da uno stato di disinteresse e distacco dalla vita materiale, generalmente senza alcuna proprietà significativa o di una casa (asceta), e focalizzata sulla Mokṣa, la pace e la semplice vita spirituale. Qualcuno potrebbe entrare in questa fase dopo aver completato la fase Brahmacharya della propria vita. Concentrato solo sul mokṣa, con barba e capelli rasati, le unghie tagliate, con solo una ciotola, un bastone e un vaso per l’acqua e senza mai nuocere ad alcun essere vivente, «egli non aspirerà alla morte né aspirerà alla vita. Semplicemente attenderà il proprio tempo, come un servitore attende la ricompensa».

L’ultimo rito che compirà prima di divenire uno yati sarà il “sacrificio di Prajāpati” donando ogni sua proprietà ai poveri e ai brahmani, quindi interiorizzando quel fuoco sacrificale che lo aveva accompagnato nei riti religiosi per tutta la vita.

Da “Rinunciare non è reprimere” di R. Sambo

…La vera rinuncia consiste nel continuare a godere dei piaceri che la vita offre ma senza sviluppare attaccamento verso di essi, con la consapevolezza che si tratta di cose transitorie in modo che, quando quel particolare piacere finirà, non ne sarò coinvolto emotivamente: non avrò di che soffrire.

…Chi è spiritualmente evoluto non ha vuoti dentro, quei vuoti che solitamente si tende a riempire con l’attaccamento agli oggetti esterni, quindi godrà di tutto ciò che la vita offre senza sviluppare legami morbosi che generano inevitabilmente sofferenza nel momento in cui si spezzano. Questa è la vera rinuncia: godere delle cose e delle persone senza sentirsi legati ad esse.

Da “Mondo Religione: Le 4 fasi della vita nell’induismo” di P. Tescione

Sannyasa è la parte della vita della rinuncia e la realizzazione del dharma. In questa fase, una persona dovrebbe essere totalmente devota a Dio. È un sannyasi, non ha casa, nessun altro attaccamento; ha rinunciato a tutti i desideri, paure, speranze, doveri e responsabilità. È praticamente unito a Dio, tutti i suoi legami mondani sono spezzati e la sua unica preoccupazione diventa il raggiungimento di moksha o il rilascio dal circolo della nascita e della morte. (Basti dire che pochissimi indù possono salire a questo stadio per diventare un asceta completo.)

Da “il mito della rinuncia nella spiritualità di Surya Cillo

…Questo approccio nel Buddhismo viene chiamato anche “Hinayana” (che significa piccolo veicolo) e prevede la rinuncia delle cose materiali, per evitare di essere legati agli oggetti dei sensi e ritrovare la nostra essenza ultima di esseri viventi, liberandoci dalle catene del Samsara.

Esiste però anche un altro approccio Buddhista molto diffuso che si chiama “Mahayana” (significa grande veicolo) e che si oppone a questo primo approccio, affermando che la via per l’Illuminazione non sta nel proteggerci dagli oggetti dei sensi, ma al contrario bisogna abbracciare completamente la vita e integrarla nella propria pratica spirituale.

Perché secondo questo approccio i desideri e il piacere dei sensi non sono il problema, ma la trappola avviene quando provi attaccamento per questi desideri e questo piacere, rimanendone schiavo e facendo dipendere la tua felicità da essi.

Se invece sei in grado di godere a pieno delle cose della vita senza attaccamento e di utilizzare queste energie per la tua pratica spirituale, allora il tuo percorso diventa ancora più vasto e veloce (da qui il nome grande veicolo)…

Commento

La qualità della rinuncia ha evidentemente molto a che fare con il Non Attaccamento, Aparigraha, mostrandosi come una sua naturale conseguenza. Quando si progredisce nel distacco dalla realtà e nella comprensione della sua Verità, è normale rinunciare a ciò che non è essenziale nel proprio percorso evolutivo. E come mostra chiaramente il percorso Mahayana del buddhismo, la rinuncia sta proprio nell’atteggiamento, nel non dipendere emotivamente e mentalmente dall’ambiente in cui viviamo, certi che la felicità sia indipendente da ciò che accade intorno a sé.

Si è così pronti a rinunciare a qualsiasi cosa, che non deriva da una volontà espressa, ma da una progressiva crescita nella saggezza, che si concentra sempre più su ciò che è vero da ciò che non lo è (Viveka).

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