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Swadhyaya, lo studio di ciò che è Superiore

Da “Raja Yoga” di Swami Kriyananda

Swadhyaya viene solitamente tradotto come studio delle Scritture. Tuttavia Swa significa Sè. La traduzione corretta è quindi “studio del Sè”. Il vero studio dell’uomo non è nei libri o nell’accumulo di informazioni intellettuali: è la suprema avventura della scoperta di sé. In ogni caso studio del sé significa molto più dell’autoanalisi o dell’esplorazione delle proprie motivazioni nascoste; significa anche, in senso più profondo, autoconsapevolezza.

Lo studio del sé, in senso yogico, significa estirpare dal proprio cuore quelle illusioni e quei falsi attaccamenti che ci impediscono di comprendere chi e che cosa siamo in realtà: lo Spirito Infinito.

Lo studio del sé ha inizio con l’attenta osservazione dei propri pensieri, sentimenti e motivazioni. Via via che si progredisce nella pratica, si scopre quella realtà centrale del proprio essere che è al di là del pensiero, della forma e della sostanza, che non può essere osservata e analizzata, e che non può mai essere neppure veramente definita, sebbene venga talvolta descritta con la sua qualità essenziale: la Gioia.

Patanjali afferma che quando si raggiunge la perfezione nella pratica di Swadhyaya si conquista il potere di entrare in comunione con gli esseri che abitano le sfere più alte dell’esistenza, e di ricevere il loro aiuto.

Da “Patanjali Rivelato” di Swami Kriyananda

Commento agli Yoga Sutra di Patanjali. (2, 44)

Lo studio del sé e l’introspezione favoriscono la comunione con il proprio Ishtadevata, ovvero con la forma di Dio che si è prescelta.

Come può lo studio del sé raggiungere questo scopo?

Swadhyaya deve significare un genere di consapevolezza più elevato: sicuramente, consapevolezza del vero Sè. Quanto più diventi consapevole del tuo Sè superiore, ossia quella parte di te che non è coinvolta nelle attività esteriori, ma che dimora dentro di te e osserva tutto ciò che accade nella tua vita, tanto più ti avvicinerai alla consapevolezza del Divino dentro di te.

Da “il cuore dello Yoga” di T. K. V. Desikachar

Commento agli Yoga Sutra di Patanjali. (2, 44)

Lo studio, portato al suo massimo sviluppo, avvicina alle forze superiori che consentono la comprensione delle cose più complesse.

Più studiamo e più comprendiamo quali sono le nostre debolezze e le nostre forze. Impariamo a limitare le debolezze e a usare al meglio le forze. Allora non c’è limite alla comprensione.

Da “Affermazioni per l’autoguarigione” di Swami Kriyananda

Introspezione significa osservare noi stessi da un centro di calma interiore, senza il minimo pregiudizio mentale, aperti a qua to può esserci di sbagliato in noi, senza giustificarlo e nemmeno condannarlo.

Introspezione significa ricondurre ciò che osserviamo alla mente supercosciente e, con distacco, accettare la guida interiore, quanto arriva.

Fa che affronti i miei errori con gratitudine, poiché solo affrontandoli posso cambiarli e risolverli.

Commento:

Lo studio del sé comprende dunque due aspetti, uno più “superficiale” che riguarda l’autoanalisi, ossia il conoscere le proprie dinamiche mentali ed interiori, e l’altro che è l’introspezione, più sostanziale e profonda, che riguarda invece il riconoscere ciò che ci impedisce di percepire noi stessi come lo Spirito Divino da cui deriviamo. Quando si acquisisce questa consapevolezza nasce spontanea la necessità di rimuovere tutto ciò per ampliare coscienza e consapevolezza fino al Divino. È una continua spinta al proprio miglioramento, attraverso una crescente comprensione, che ci porta ad usare al meglio le nostre qualità ed a rimuovere le nostre debolezze.

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