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“Conoscenza è giocare a puzzle al contrario” – Episodio 28 – 090226

Ben ritrovati, episodio numero 28 delle nostre ispirazioni e condivisioni. Questa sera è il lunedì 9 febbraio e vorrei portare a voi il tema della conoscenza.

In sanscrito conoscenza è vidya, ma in realtà nella tradizione indiana è più famoso e ha più impatto il termine avidya.

“A” significa negazione, non, vidya significa conoscenza. Quindi in realtà nella tradizione indiana si porta molta più attenzione alla non conoscenza che alla conoscenza stessa e questo perché l’ignoranza o non conoscenza descrive meglio la realtà in cui ci troviamo.

Per la tradizione indiana l’ignoranza è non riuscire a comprendere, a conoscere qual è la verità, qual è la realtà delle cose, qual è la realtà in cui siamo immersi. Al termine avidya spesso si accompagna al famoso velo di Maya, dell’illusione e se non sbaglio ne abbiamo già parlato o almeno accennato in un altro episodio.

Maya è quel velo davanti ai nostri occhi che ci impedisce di vedere le cose, la realtà fenomenica attorno a noi per quello che è e quindi l’ignoranza, o avidya, è proprio l’incapacità di vedere chiaramente: ciò porta come conseguenza il non conoscere le cose per quello che sono.

Nel titolo definisco la conoscenza come un giocare a puzzle al contrario, per rendere un po’ l’idea rispetto a quello che stiamo condividendo. Cosa significa giocare a puzzle al contrario? Significa togliere dei tasselli dal puzzle in modo che possiamo meglio vedere quello che c’è dietro. Se solitamente nel puzzle vogliamo comporre un’immagine mettendo assieme dei tasselli, giocare al contrario significa togliere uno dopo l’altro questi tasselli per poter vedere cosa c’è dietro, cosa c’è veramente dietro, quell’immagine che abbiamo davanti agli occhi. Siamo tutti immersi nella materia, siamo immersi in un piano esistenziale, quello più basso diciamo così, quello più lontano dal centro, quello più concreto e siamo costantemente stimolati da ciò che ci circonda a considerare vero ciò che ci circonda.

Siamo costantemente stimolati a credere che la realtà sia la materia che ci circonda, che possiamo vedere, sentire, percepire, toccare, ma la conoscenza è giocare a puzzle al contrario e quindi togliere un pezzo dopo l’altro per conoscere che la realtà è ben oltre la materia. Immersi nella materia costantemente non abbiamo la possibilità di vedere oltre il velo di Maya e di riconoscere la realtà per quello che è, anche perché dentro di noi per come siamo strutturati, abbiamo altri ostacoli che ci impediscono di andare in quella direzione. Il nostro corpo con cui ci identifichiamo, le emozioni con cui ci identifichiamo, ma soprattutto il flusso dei pensieri. E questo flusso è un ininterrotto, è un susseguirsi costante di pensieri definiti associativi, che continuano a legarsi l’un l’altro fluendo costantemente senza mai fermarsi. Questo continuo chiacchierare della mente ci mantiene lì, in quella dimensione: è un vero e proprio automatismo che ci porta a identificarci con esso.

Ma proprio qui, nella mente, c’è la nostra via d’uscita, c’è il nostro iniziare a togliere tasselli dal nostro puzzle. Ed è come iniziare a portarci consapevolezza, coscienza, a questo flusso di pensieri, e riconoscere che sono automatici, iniziare a disarticolarli. Vedendoli come un flusso automatico si può disinnescarli: perché solo tramite una costante presenza e consapevolezza all’interno di questo flusso di pensiero che possiamo trovare la nostra via di fuga. E’ un lavoro lungo, impegnativo, abbiamo bisogno di tutte le nostre risorse per costantemente portare l’attenzione al pensiero e andare oltre il pensiero stesso, riconoscendoci come quel soggetto che osserva i propri pensieri senza farne parte. Ed è proprio lì la via di fuga, perché la conoscenza passa attraverso la presenza e la consapevolezza. Solo attraverso questa via di fuga possiamo, come dicevo, iniziare a togliere i tasselli del puzzle oppure, usando un altro simbolo, iniziare a togliere qualche velo davanti ai nostri occhi, affinché la non conoscenza diventi conoscenza, affinché avidya diventi vidya.

Perché se è vero che siamo su questo piano, il nostro unico scopo, come esseri umani, è quello di uscire da questo gioco, da questa illusione, da questa non conoscenza e risalire i piani dell’esistenza verso il centro, verso il centro del creato.

Lo possiamo fare soltanto attraverso la presenza, andando oltre i pensieri e risalendo lungo quello che possiamo chiamare l’albero della conoscenza. Diamoci questa immagine, giusto per avere l’idea della direzione da seguire, dobbiamo risalire verso l’alto, togliere un velo dopo l’altro, un tassello del puzzle dopo l’altro, diventando sempre più coscienti, sempre più consapevoli, liberandoci dal gioco, dal gioco dei nostri pensieri che ci imprigionano.

Questa è la vera missione per l’essere umano, tornare alla conoscenza vera, altrimenti, restando intrappolati della materia, continueremo a pensare che l’unico scopo della nostra vita sia conquistare la materia, sia conquistare il potere, sopraffarre gli altri esseri umani, usare gli altri esseri umani in base ai propri bisogni, come purtroppo è troppo spesso accaduto all’umanità, lungo tutta la sua storia, e come tragicamente gli ultimi episodi dell’attualità ci stanno mostrando: di quanto l’attaccamento alla materia spinga l’essere umano alle azioni più terrificanti e disumane possibili.

Dobbiamo liberarci da questo piano esistenziale e risalire verso la conoscenza, la vera conoscenza.

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